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AMBIENTE. Ad ogni passo in avanti ne segue uno indietro?

I progressi della tecnologia sono indispensabili per affrontare alcune delle sfide dello sviluppo sostenibile, dalla riconversione energetica alle tecniche per migliorare le produzioni agricole, dai nuovi materiali agli oggetti di consumo a più lunga obsolescenza. La tecnologia però non basta, se mancano volontà politica e capitali per applicarla.

 

Prendiamo il caso dell’energia: le previsioni del World energy outlook (link) dicono che gli impegni finora assunti serviranno soltanto a far scendere il consumo di fonti fossili dall’attuale 81% al 74% nel 2040, ben lontani dall’obiettivo di contenere il riscaldamento globale nel limite dei due gradi. Analogamente, il rapporto dell’International Transport Forum (link) dice che nonostante i progressi della tecnologia rischiamo di avere nel 2050 una emissione di anidride carbonica dai trasporti superiore del 60% all’attuale.

 

earth-216834_960_720In questo campo le tecnologie per produrre energia pulita non mancano e hanno fatto anche importanti progressi in questi anni. Tuttavia per applicarle in modo accelerato è necessario dismettere impianti non ancora ammortizzati sostenendo costi non indifferenti. Non solo: se anche l’Italia diventasse totalmente virtuosa utilizzando soltanto energia prodotta da fonti rinnovabili (e siamo ben lontani da questo obiettivo) il nostro apporto sarebbe una goccia nel mare perché la battaglia per contenere il climate change si gioca soprattutto nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, che hanno fame di energia a buon mercato e quindi fanno grande uso di carbone e petrolio. È dunque necessario un grande impegno di aiuto finanziario e di trasferimento tecnologico verso questi Paesi, con la consapevolezza che il mondo industrializzato è responsabile di gran parte dell’accumulo di gas climalteranti immessi finora nell’atmosfera e che quindi non possiamo sottrarci a questa responsabilità.

 

Quale deve essere il ruolo della finanza? Se n’è discusso il 7 febbraio alla Banca d’Italia, sulla base del rapporto “Financing the future” (link). Luigi Federico Signorini, vice direttore generale della Banca d’Italia, ha dichiarato che “le questioni ambientali e il cambiamento climatico sono le più grandi sfide che l’economia deve affrontare”.

 

Nel frattempo sono nate due importanti reti per tenere sotto controllo la situazione:

– sul fronte della mitigation, cioè della battaglia per contenere i cambiamenti climatici, Il Climate Policy Server ha pubblicato la mappa (link) di tutti i Nationally Determined Contributions, cioè i target nazionali sulle emissioni presentati a Parigi e ufficializzati dalla ratifica dell’accordo Cop 21.

 

– sul fronte dell’adaptation, cioè delle misure per fronteggiare le inevitabili conseguenze del riscaldamento globale che pure si cerca di contenere, è nato il Nap global Network (link) per coordinare e facilitare l’implementazione di misure nazionali di adattamento ai cambiamenti climatici.

 

Insomma, il mondo si impegna e si unisce, scambiandosi le migliori pratiche, per affrontare la sfida del climate change. In tutt’altra direzione si muove l’America di Donald Trump che ha presentato il suo piano energetico con il rilancio dello sfruttamento dello shale, petrolio e gas naturale derivati dalla frantumazione delle rocce, oltre che del carbone. Ma la dialettica è molto aperta, perché molti stati dell’Unione hanno una diversa sensibilità all’ambiente e non è detto che “The Donald” abbia partita vinta.

 

Fonte: www.asvis.it

 

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