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AMBIENTE. Appello per il clima – COP21

Gentili Imprese Socie,

lo scorso 3 novembre agli Stati Generali della Green Economy è stato presentato l’Appello delle imprese e delle organizzazioni della green economy per un efficace accordo internazionale sul clima. In vista dell’importante Conferenza di Parigi, l’Appello sarà consegnato al Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e potrà rappresentare il contributo delle imprese italiane alla  COP21.

 

Al momento l’Appello, promosso e sottoscritto dalle 64 organizzazioni del Consiglio Nazionale, tra cui noi di PLEF, è stato firmato da diverse importanti imprese italiane.

Invitiamo tutte le imprese del network PLEF ad unirsi e aderire all’iniziativa.

 

Per leggere l’appello e aderire, entro e non oltre il 25 novembre: www.appelloimpreseperilclima.eu

 

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Per rimanere aggiornati sulle evidenze dei lavori di Parigi, riportiamo qui di seguito i bollettini quotidiani curati da Antonio Cianciullo per la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, oltre al testo finale dell’accordo, in italiano (clicca qui).

Parigi, 29 novembre 2015

Comincia oggi un breve punto quotidiano che accompagnerà la conferenza di Parigi per sintetizzare gli umori e le tendenze del vertice Onu che, con ogni probabilità, cambierà il quadro dell’economia globale.
La vera novità di questo summit, che si tiene a 23 anni di distanza dalla firma della convenzione quadro sulla protezione dell’atmosfera, è che in sostanza nessuno mette più in discussione la direzione verso cui bisogna procedere. E infatti gli scogli da superare sono solo in parte di natura ambientale. Le difficoltà maggiori riguardano il sistema di aiuti per far decollare elementi di green economy nei Paesi a scarsa industrializzazione; la velocità della spinta verso la decarbonizzazione (e quindi il numero di anni in cui le aziende dei combustibili fossili potranno fare profitti senza problemi); la formula giuridica da adottare per dare valore vincolante all’accordo senza passare per le forche caudine del Senato americano determinato a impallinare un trattato sul clima.
Un primo saggio del tipo di accordi che serviranno a implementare le decisioni del vertice Onu che si è tecnicamente aperto oggi (domani ci sarà l’apertura politica con la sfilata dei capi di Stato) è venuto dall’intesa raggiunta dall’Uic (Unione internazionale delle ferrovie). Alla vigilia della conferenza, nove treni provenienti dai Paesi europei e dalla Cina (passando per Mosca) sono confluiti a Parigi con a bordo ministri, politici, ambientalisti, scienziati, dirigenti delle ferrovie. Nella riunione che si è svolta subito dopo nella sede dell’Uic, proprio di fronte alla Tour Eiffel, sono stati ricordati i dati del rapporto messo a punto dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con l’Agenzia internazionale dell’ambiente. Dati da cui risulta l’enorme vantaggio in termini di emissioni evitate che verrebbe da un’espansione del trasporto su ferro.

 

Per contrastare il trend che già negli ultimi 40 anni ha portato a una diminuzione del 9% del trasporto su ferro mentre i chilometri di strada asfaltata raddoppiavano, 75 società ferroviarie che rappresentano oltre la metà della capacità di trasporto globale hanno già firmato un impegno a ridurre ulteriormente l’impatto del ferro (meno 50% al 2030) e ad aumentare del 50%, sempre entro il 2030, la quota di passeggeri trasportati su ferro tenendo ferma la percentuale di trasporto merci nonostante la formidabile spinta infrastrutturale a favore dell’asfalto.

Parigi, 30 novembre 2015

E’ stata una giornata densa. I giochi della conferenza sul clima di Parigi si sono aperti con l’arrivo di 150 capi di Stato e di governo: la maggiore presenza a un appuntamento sul clima (nel 1992 all’Earth Summit erano 107). La Francia ha dimostrato capacità di gestione e di tenuta (gli incidenti con i blackblock sono stati del tutto marginali). E con le parole di Hollande ha dato un indirizzo forte ai lavori: “il surriscaldamento del clima crea più migrazioni delle guerre”. E’ molto chiaro: non c’è pace sociale senza pace ambientale.

 

Un altro intervento netto è stato quello del segretario delle Nazioni Unite, BanKi-moon: l’accordo che dovrà raggiungere la conferenza Onu dovrà essere “duraturo e dinamico”, dovrà “essere intriso di solidarietà ed essere credibile”. E il leader cinese Xi Jinping, dopo aver ripetuto gli impegni già presi, ha precisato che Pechino farà crescere la dote forestale del Paese di 4,5 miliardi di metri cubi al 2030.

 

Parallelamente alla politica si muove l’economia. Nel giorno dell’apertura ufficiale dei lavori della COP21, 11 Paesi si sono impegnati a versare 250 milioni di dollari in nuovi contributi ai Paesi più vulnerabili per aiutarli ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Svezia e Svizzera hanno annunciato i loro finanziamenti agli LDCF (LeastDevelopedCountries Fund – il Fondo per i Paesi meno sviluppati). La Banca Mondiale ha aggiunto un progetto da 500 milioni di dollari per fornire incentivi mirati alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

 

Inoltre Barack Obama e Bill Gates hanno presentato un’iniziativa sul clima: il presidente americano e il fondatore di Microsoft lanceranno un programma da vari miliardi di dollari per accelerare le attività di ricerca e sviluppo sulle energie pulite, nell’ambito degli sforzi per combattere i cambiamenti climatici.

Parigi, 1 dicembre 2015

I capi di Stato se ne sono andati, i problemi restano. Ma il feeling che si registra al vertice sul clima non è negativo. Ci sono frizioni, posizioni apparentemente inconciliabili, raggruppamenti che sostengono interessi divergenti. Nulla però rispetto alla forza delle contrapposizioni che hanno caratterizzato le precedenti Cop.

 

In sostanza non sembra che l’accordo venga messo in discussione: ognuno cerca di tirarlo dalla sua parte. La posizione più ambigua è quella dell’India. Del resto – e questo vale anche per l’Italia – ogni premier gioca la sua presenza a Parigi anche in funzione di politica interna. E Modi è un nazionalista estremo, con posizioni che creano non pochi problemi di democrazia sostanziale all’interno del paese. Al vertice sul clima è venuto a mostrare i muscoli dell’induismo. Fa la voce grossa per dire che l’India non accetterà imposizioni dai paesi che sono cresciuti usando i combustibili fossili e che quindi continuerà ad usare carbone. Ma nel frattempo, assieme a Hollande, lancia un’alleanza per il solare che si propone di rastrellare mille miliardi di dollari di investimenti entro il 2030 e in questo piatto è disposta a mettere solo 62 milioni di dollari.

 

In realtà il percorso dell’India somiglia a quello della Cina, con un ritardo di qualche anno: si prepara a entrare da leader nel mercato delle rinnovabili ma accumula la forza necessaria al balzo usando il carbone. Dunque il più inquinante dei combustibili fossili resta ancora largamente maggioritario nei due più popolosi paesi del mondo. Ma è un primato che ha gli anni contati.

Parigi, 2 dicembre 2015

Alla Cop21 continuano ad arrivare notizie piccole e grandi. La corsa al disinvestimento dal carbone accelera il passo (500 istituzioni, tra cui banche, fondi pensione, fondi di gestione patrimoniali, hanno deciso di abbandonare il più inquinante dei fossili). Il numero di conflitti in cui la questione ambientale gioca un ruolo rilevante è arrivato a 79. I morti aggiuntivi per il cambiamento climatico saliranno a quota 250 mila all’anno entro il 2030.

 

Ma all’interno della conferenza un altro mondo scorre in parallelo rispetto a quello reale. E’ il mondo della negoziazione che ha le sue regole, il suo linguaggio e la sua logica. La logica di questa Cop è molto diversa da tutte quelle che la hanno preceduta. Per un paio di decenni ci si è confrontati su target da raggiungere cercando un accordo globale che non è mai arrivato (il protocollo di Kyoto c’è riuscito ma solo per i paesi industrializzati e senza l’adesione degli Stati Uniti). Ora il registro è completamente cambiato: si va avanti con il meccanismo del consenso.

 

Non è un meccanismo molto efficiente, ma è l’unico oggi politicamente possibile. Del resto la pressione internazionale cresce e induce i singoli paesi a prendere impegni per il taglio delle emissioni. Inoltre il mercato si sta fortemente riorientando in quella direzione anche a livello di Banca Mondiale. Dunque, in parte per fare bella figura (e quindi guadagnare immagine), in parte per orientarsi nella direzione in cui cominciano ad andare gli investimenti, la larga maggioranza dei paesi pare disposta ad avviarsi sulla strada della riconversione energetica e produttiva. Ma la velocità è troppo lenta. Questo è il problema che la conferenza proverà a superare.

Parigi, 3 dicembre 2015

Oggi i delegati di 195 paesi hanno cominciato a lavorare su un nuovo testo di accordo. Per la verità le novità sono ancora marginali: da 55 pagine si è passati a 50 e c’è qualche modesta correzione di rotta. E dunque negli stand dei vari paesi una certa preoccupazione è palpabile: tutti danno per scontata l’intesa ma la strada da percorrere è ancora lunga. Si deve trattare sui meccanismi di finanziamento e sui sistemi di controllo per misurare la riduzione delle emissioni.

 

Gli ostacoli da superare sono quelli attorno a cui ruotano gli eventi di giornata. All’ora di pranzo il sindaco di New York, Michel Bloomberg, ha partecipato a un dibattito organizzato dal Financial Stability Board per discutere di climate change e mercati finanziari. Alle 15, REN21 e Greenpeace hanno parlato delle strategie per arrivare al 100 per cento di energia rinnovabile. Contemporaneamente Save the children offriva uno spaccato sul mondo messo sotto pressione dal cambiamento climatico osservando i danni in arrivo dalla parte di uno dei soggetti più esposti, i bambini.

 

Altre due iniziative vanno segnalate tra le denunce sui rischi climatici. Un’analisi sui rischi che corrono le isole presentata da Greening the Islands e Marevivo al sottosegretario del Ministero dell’Ambiente Silvia Velo. E una ricerca dell’ong Germanwatch sui danni causati dal caos climatico: tra il 1995 e il 2014 i paesi più colpiti sono stati l’Honduras, il Myanmar e Haiti; complessivamente più di 525 mila persone sono morte a causa di circa 15 mila eventi metereologici estremi, mentre le perdite ammontano a 2.970 miliardi di dollari. L’Italia si posiziona ventiquattresima per perdite dovute a fenomeni climatici estremi tra il 1995 e il 2014, mentre è trentaduesima nell’anno 2014. Infine ci sono stati vari annunci di partnership per lo sviluppo della green economy nei paesi a scarsa industrializzazione e Novamont e Lavazza hanno presentato la capsula compostabile per il caffè.

Parigi, 4 dicembre 2015

Alle 13 i giornalisti hanno affollato la sala in cui Laurent Fabius, presidente della COP21, e Christiana Figueres, segretario dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), li avevano convocati per fare il punto sulla situazione dei negoziati. In realtà poco è stato detto sulla sostanza perché la trattativa è in corso e si aspetta l’intervento decisivo dei ministri che arriveranno lunedì.

 

Comunque il testo di ieri, quello ridotto da 55 a 50 pagine, è già vecchio. Oggi ce ne sono due nuovi, uno di 46 pagine e uno di 38. Il più lungo contiene l’assemblaggio degli interventi effettuati dai vari gruppi di lavoro. Il più corto è chiamato il “testo ponte”: serve a trasmettere la sintesi di quello che si è riusciti a fare nella prima settimana di lavori. Leggi il testo provvisorio dell’Accordo nella versione avanzata | link |

 

La versione finale di questo testo ponte verrà comunque elaborata nelle prossime ore per essere chiusa domani. Il numero altissimo delle parentesi indica la lontananza dall’accordo. E spiega l’estrema cautela di Christiana Figueres, molto attenta a non compromettere le possibilità di successo con dichiarazioni incaute o con interventi pilotati dall’alto, come accadde disastrosamente durante la conferenza di Copenaghen, fallita anche a causa di una gestione poco capace di sciogliere le tensioni.

 

Per il resto la conferenza ha fatto registrare una discreta presenza del mondo religioso, ad esempio oggi c’è stata una riunione del World Council of Churches, e una messa a punto degli scenari scientifici con un update dell’Ipcc.

 

Novità anche sul versante finanziario con un intervento di Al Gore e dell’ex sindaco di New York , Bloomberg, che hanno fatto una radiografia ai raggi X dei rischi legati alla carbon bubble. Secondo il Financial Stability Board, l’autorità di monitoraggio nata per evitare il ripetersi di una crisi finanziaria come quella scatenata dal fallimento di Lehman Brothers, le società petrolifere hanno 2 trilioni di dollari di asset a rischio.

Parigi, 5 dicembre 2015

A le Bourget, il centro congressi raggiungibile a piedi da una fermata delle rete ferroviaria di Parigi, si è chiusa la prima settimana di lavori della conferenza sul clima. Tra i 40 mila esperti, scienziati e politici venuti da tutto il mondo a parlare di clima l’orientamento è risultato unanime. Non una voce ha messo in dubbio il ruolo determinante dell’uomo nel cambiamento climatico in corso.

 

Mentre invio questa nota di giornata, l’assemblea plenaria sta per dare il via libera alla bozza di testo di accordo. E’ quello circolato ieri, con pochi ritocchi. Naturalmente saranno i ministri, a partire da lunedì, a decidere. Due le ipotesi in campo: affidare ai ministri la gestione e presidenza di nuovi gruppi di lavoro, veri spin-off dedicati delle sessioni tecniche di negoziato appena concluse, oppure scegliere la strada del formato tavola rotonda, con tutti i governi chiamati a lavorare gomito a gomito. Leggi il testo provvisorio dell’Accordo nella versione avanzata | link |

 

“Disponiamo di una nuova base negoziale accettata da tutti. Si tratta di scrivere il resto”, ha detto la negoziatrice francese Laurence Tubiana. “Il lavoro non è finito, bisogna risolvere importanti questioni politiche. Ci servirà tutta la nostra energia, intelligenza, capacità di mediare, lungimiranza per arrivare a un risultato”.

 

I nodi da sciogliere non sono pochi ma riguardano le modalità per arrivare all’obiettivo e non l’obiettivo. Che anzi si è andato delineando in maniera più chiara. La definizione di target da inserire nel testo finale come soglia per l’aumento della temperatura potrebbe essere “1,5 gradi” (lo chiede il gruppo di paesi che comprende le piccole isole), oppure “entro i 2 gradi”.

 

Si vedrà. Così come si vedrà quali saranno i meccanismi per il finanziamento del fondo per il trasferimento delle tecnologie pulite. Al 2020 dovrà raggiungere i 100 miliardi di dollari annuo. Dopo? Ancora non si sa, ma come al solito – nel nuovo trend inaugurato a Parigi – si procede a piccoli passi. Oggi è toccato al premier del Quebec, Philippe Couillard, annunciare un contributo di 6 milioni di dollari canadesi per l’LDCF, il Fondo dei paesi meno sviluppati e più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

 

E, per dare la carica alla conferenza, è arrivato il momento dell’Action Day, un intervento di circa 40 personaggi di primo piano scesi in campo a dare il loro sostegno alla conferenza: da Hollande a BanKi-moon, da Al Gore a Jack Ma, il fondatore di Alibaba che ha spiegato come sono riusciti ad abbattere i consumi energetici dei loro mostruosi data center.

Parigi, 7 dicembre 2015

Si entra nel vivo della trattativa. Il turno degli sherpa è finito, da oggi sono i ministri a discutere direttamente sul futuro del clima: la responsabilità è diretta. Questa mattina, in apertura del nuovo ciclo di lavori, il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha lanciato ai delegati un appello drammatico: “La catastrofe climatica incombe. Il mondo si aspetta da voi più di mezze misure. Le decisioni che prenderete a Parigi avranno ripercussioni per i secoli a venire“.

 

E’ strana l’atmosfera che aleggia in questa Cop. E’ come se si fosse aperta una nuova dimensione che però non cancella la vecchia. C’è ancora la fibrillazione per l’accordo sempre lontano perché i testi proposti dai vari paesi non coincidono. Per i disastri climatici che crescono veloci mentre l’ecodiplomazia ha i piedi di piombo. Per il post 2020 che rimane nel vago. Ma nello stesso tempo c’è la consapevolezza che il giro di boa è ormai effettuato: i combustibili fossili hanno iniziato la ritirata e le fonti rinnovabili e l’efficienza avanzano.

 

I numeri globali confermano il processo. Secondo le anticipazioni del Tyndall Centre for Climate Change Research dell’università East Anglia nel 2015 per la prima volta le emissioni globali di CO2 scenderanno dello 0,6% trainate dal meno 4% della Cina.

 

Da segnalare oggi anche l’attenzione attorno a questo documento del Fondo Monetario Internazionale |-> link | che introduce un tema difficile da spiegare al largo pubblico ma di un certo interesse. Finora la questione degli aiuti ai combustibili fossili stava in questi termini; circa 500 miliardi di dollari (con oscillazioni annuali) concessi come sussidi diretti, oltre 4.500 miliardi di dollari per i danni annuali (secondo i calcoli dell’economista indiano Pavan Sukhdev questa cifra sale di oltre mille miliardi perché ai i danni da cambiamento climatico si devono sommare quelli da smog). Ora il Fondo Monetario conferma la cifra (5.3 triliardi di dollari al 2015) ma la considera nella sua interezza sussidi. Dunque il tono della denuncia sul costo dei fossili sale, si lega in maniera ancora più diretta a una scelta di natura esclusivamente politica: il sistema dei combustibili fossili sta in piedi perché riceve una valanga di denaro. E’ un salto notevole se si pensa alle polemiche che ancora oggi girano in Italia sugli incentivi alle rinnovabili.

 

Contemporaneamente, sul piano degli investimenti sulla green economy alla Cop21 si registra una spinta notevole. E’ difficile elencare tutte le iniziative perché si tratta di accordi bilaterali o multilaterali che continuano a moltiplicarsi. Almeno due vanno citati. Il primo è la proposta di Alleanza per il sole del premier indiano Modi e del presidente francese Hollande (che punta a tenere assieme 100 paesi della fascia tropicale). Il secondo quello proposto da un gruppo di 54 paesi africani che ha lanciato il progetto Arei (African Renewable Energy Iniziative) per sviluppare entro 15 anni 300 gigawatt di rinnovabili in Africa (il doppio della potenza attualmente installata sul continente).

 

Significativa infine la MissionInnovation lanciata da un gruppo di investitori guidati da Bill Gates e da Mark Zuckerberg che ha come obiettivo raddoppiare nei prossimi 15 anni gli investimenti in ricerca e sviluppo sulle rinnovabili nei 20 paesi coinvolti tra cui l’Italia che si è aggiunta all’ultimo momento.

Parigi, 8 dicembre 2015

Todd Stern, l’inviato speciale statunitense, nel corso di molte conferenze sul clima è stato temuto dagli ambientalisti per la determinazione con cui frenava ogni tentativo di rafforzare i testi di accordo. Ieri sera è arrivato nella saletta del gruppo ristretto di discussione con un pacchetto di proposte molto diverso dal solito. Punto primo: per i paesi Ocse il contributo al Fondo per il trasferimento delle tecnologie pulite ai paesi a scarsa industrializzazione deve essere obbligatorio. Punto secondo: lo stesso contributo per i paesi di recente industrializzazione deve essere volontario.

 

Una linea negoziale che contiene un’apertura che potrebbe smussare il negoziato sulla bozza di accordo (-> leggi il testo della bozza). Secondo i piani della presidenza francese della conferenza sul clima, questo testo dovrà venire politicamente definito entro domani. La tabella di marcia prevede che giovedì venga messo a punto sotto il profilo delle diverse traduzioni linguistiche per farlo approvare venerdì. Ci si riuscirà?

 

Alcuni delegati in queste ore hanno cominciato a scommettere sul momento di chiusura: venerdì sera? Sabato? O addirittura domenica? Durante le Cop il ritardo è un’abitudine, 24 ore sono la media. Ma questa conferenza è anomala: potrebbe addirittura chiudersi in tempo, oppure smarrirsi all’ultimo minuto.

 

Certo gli ostacoli rimangono numerosi. Ci sono le schermaglie come quella creata dalle dichiarazioni di Guillermo Barreto, ministro per l’Eco-socialismo e le acque del Venezuela, che ha dichiarato: “Non accettiamo il termine ‘de-carbonizzazione’ nel testo dell’accordo perché è tecnicamente non corretto. Anche noi esseri viventi siamo costituiti di carbonio, quindi per de-carbonizzare il mondo dovremmo escluderlo anche da noi stessi”. La proposta alternativa è parlare di “stabilizzazione dei gas serra”.

 

Divertissement linguistici. I nodi sul tappeto sono altri. Uno riguarda il fondo per il trasferimento delle tecnologie pulite. Al momento si sa solo che secondo i vecchi accordi si dovrebbe arrivare a 100 miliardi annui al 2020. E dopo? Saranno solo i paesi industrializzati ad assicurare i 100 miliardi come base per una eventuale successiva crescita, o a 100 miliardi si arriverà sommando anche i contributi volontari dei paesi di nuova industrializzazione? E come verranno gestiti questi soldi? La Cina ha costituito un fondo south to south da 3 miliardi di dollari. Sarà questa la base del modello futuro? O si stabiliranno principi validi per tutti?

 

Il secondo nodo, strettamente intrecciato al primo, riguarda la necessità di raddoppiare gli impegni già presi dai singoli paesi in modo volontario: solo così si può riuscire a raggiungere i tagli di emissioni serra necessari a restare al di sotto di un aumento di temperatura di 2 gradi. Tutti parlano di una revisione, ma sulla data e sulle modalità la conferenza è ancora in alto mare.

Infine c’è il capitolo del meccanismo di monitoraggio, reporting e verifica. Senza i controlli l’accordo è scritto sull’acqua. Ma non tutti i paesi hanno le strutture necessarie a garantire misurazioni attendibili. Ancora una volta si torna al capitolo fondi.

 

Apparentemente la musica è vecchia. Le battaglie sulla consistenza dei fondi di aiuto allo sviluppo hanno affossato più di una conferenza. La novità è che questa volta le proposte di investimento green da parte di attori privati sono consistenti. Forse si riuscirà a far combaciare questa disponibilità con le richieste dei paesi.

Parigi, 9 dicembre 2015

Ora si fa sul serio: ci sono 48 ore per vincere o fallire. Il ritmo della conferenza sul clima è cambiato. L’ottimismo di base è adesso venato di eccitazione e inquietudine. L’obiettivo è a portata di mano ma allo stesso tempo ancora inafferrabile. Pochi minuti dopo le 15, in plenaria, il presidente della conferenza sul clima, Laurent Fabius, ha consegnato ai delegati un testo ridotto dalle 48 pagine originarie a 29. Due terzi delle parentesi sono caduti. Ma sui punti principali non c’è ancora intesa. -> leggi il testo della bozza

 

Non c’è intesa sull’obiettivo da raggiungere: le formulazioni vanno da “1,5 gradi” a “ben sotto i 2 gradi”. Non c’è intesa sul meccanismo di finanziamenti necessario per far funzionare il processo. Non c’è intesa sul timing dei tagli di emissione necessari a raggiungere l’obiettivo di stabilizzazione dell’atmosfera. Non c’è intesa sui meccanismi di revisione dei target (bisogna rafforzare i tagli oggi previsti che sono la metà di quelli necessari). E la prima data ipotizzata per questa revisione è il lontanissimo 2023.

 

Dopo aver letto questi quattro punti penserete ma su cosa diavolo c’è dunque accordo? In realtà il lento lavoro degli sherpa qualcosa ha ottenuto, molti punti di attrito sono stati smussati. E due obiettivi importanti sono stati raggiunti. Il primo è che nel testo è stata inserita una clausola (a pagina 2, articolo 1, definizioni) che permette all’accordo di essere automaticamente incluso all’interno della convenzione per la difesa del clima che gli Stati Uniti hanno già firmato. Obama non rischia la bocciatura da parte del Congresso. Gli Stati Uniti sono a bordo e infatti il segretario di Stato, John Kerry, ha annunciato che gli Usa raddoppieranno il loro contributo in sussidi per azioni di adattamento climatico portandolo da 430 a 860 milioni di dollari entro il 2020.

 

Il secondo punto positivo è che i paesi industrializzati hanno accettato di far partire la trattativa sui finanziamenti per il trasferimento delle tecnologie pulite dalla base di 100 miliardi di dollari annuali, che è il punto di arrivo della fase negoziale iniziata alla conferenza sul clima di Copenaghen (2009).

 

La porta per l’accordo è socchiusa. Ma restano poche ore per aprirla. I francesi faranno di tutto per arrivare a una conclusione del vertice positiva e rapida. Domenica hanno di nuovo le urne aperte e una sconfitta climatica rappresenterebbe un ulteriore rischio per il governo.

Parigi, 10 dicembre 2015

Il clima di attesa sta diventando pesante a le Bourget, il centro congressi dove 40 mila persone ormai hanno staccato l’attenzione dalle singole questioni e l’hanno concentrata sul verdetto finale. Il piano francese per la conferenza sul clima di fatto è già saltato. Il testo dell’accordo avrebbe dovuto essere ultimato ieri, avviato alle varie traduzioni oggi e chiuso definitivamente domani. Non è stato così. E’ ancora possibile che con uno sprint finale si recuperi il ritardo e si concluda il summit entro venerdì, come da programma. Ma le speranze si assottigliano man mano che i ritardi si accumulano. La bozza che il presidente della conferenza Fabius aveva annunciato per il primo pomeriggio è slittata alle 19 e non è detto che l’orario venga rispettato.

 

Ma il vero terreno di scontro ha una doppia valenza: politica ed economica. Su entrambi i fronti si registrano novità molto positive. L’Europa non è più sola. Il cartello della High Ambitious Coalition unisce l’Unione europea, gli Usa e 80 Stati che appartenevano al vecchio cartello dei paesi in via di sviluppo. E’ una maggioranza virtuale green tenuta assieme da due elementi: la spinta del blocco Ue-Usa verso la green economy e la paura di molti piccoli paesi che vedono aggravarsi i danni prodotti dal cambiamento climatico in atto e vogliono un aumento della temperatura che non superi un grado e mezzo alla fine del secolo.

 

Anche dal punto di vista del mercato le novità sono evidenti. Durante le due settimane della conferenza di Parigi si sono moltiplicate alleanze piccole e grandi nate per sviluppare la green economy. E il commissario europeo per il clima, Miguel Arias Canete, poco fa ha sollecitato un “accordo ambizioso per sbloccare i miliardi di dollari di in vestimenti necessari per restare sotto un aumento di temperatura di 2 gradi”.

 

Tuttavia la maggioranza politica e l’orientamento del mercato non bastano. L’Onu decide attraverso il meccanismo del consenso. E il consenso manca soprattutto su un punto cruciale: come raddoppiare i tagli annunciati dai singoli governi? Con le riduzioni già assicurate si riuscirebbe a passare da un aumento di 4 gradi a uno di circa 3 gradi. Bisogna scendere sotto i 2 gradi. Il che vuol dire che, prima dell’entrata in vigore dell’accordo (primo gennaio 2021) occorrerebbe fissare un nuovo incontro per rafforzare i paletti a difesa dell’atmosfera. La data proposta dal fronte ambientalista ruota attorno al 2018, quella inserita nella bozza di accordo (tra parentesi, visto che su questo punto non c’è intesa) è 2023. Per ora questa distanza non è stata colmata. Vedremo nelle prossime ore.

Parigi, 11 dicembre 2015

Ieri sera poco dopo le 9 è arrivato il nuovo testo base del negoziato. Oggi si continua a trattare a oltranza e domattina dovrebbe essere presentata la versione definitiva dell’accordo di Parigi. La fatica accumulata in quasi due settimane di negoziato comincia a diventare evidente, ma le riunioni dei vari gruppi e i side events continuano a succedersi a ritmo ininterrotto.
|-> leggi il testo della bozza dell’accordo |

 

Certo dietro il ritardo ci sono spiegazioni facili. Ogni parte resiste a oltranza per strappare una concessione in più ed esiste una diversità di opinioni – sui meccanismi finanziari legati all’accordo e sul peso da assegnare all’inquinamento passato – che si spiega con l’interesse materiale dei singoli paesi. Ma, girando nelle sale del centro congressi di Le Bourget, si percepisce anche altro. Quello che colpisce di più è la distanza tra la posizione degli scienziati e quella dei politici.

 

I rappresentanti di istituzioni scientifiche come il Potsdam Institute e il Tyndall Center hanno convocato una conferenza stampa dicendo a chiare lettere che per raggiungere l’obiettivo di restare sotto i 2 gradi – e ovviamente ancora di più per fermarsi a 1,5 gradi – occorrono misure ben precise. Il picco delle emissioni di CO2 va raggiunto tra il 2020 e il 2030. Dal 2050 bisogna entrare in un sistema produttivo carbon neutral. Occorre programmare la dismissione dei combustibili fossili. E, visto che di questi impegni precisi non c’è traccia nel documento ufficiale, il giudizio dei climatologi è severamente critico.

 

I politici – delegazione italiana, delegati europei e statunitensi – parlano di altro. Sottolineano che da un accordo a 35 paesi (protocollo di Kyoto) oggi responsabili di una limitata quota di emissioni si sta passando a un accordo che coinvolge 186 paesi responsabili del 93% delle emissioni. Che l’obiettivo (ben sotto i 2 gradi aumento, possibilmente 1,5) è molto ambizioso e rappresenta una novità. Che tutto ciò costituisce un forte segnale per il mercato che finora ha corso più veloce della politica.
Entrambi i punti di vista sono veri. Questo è il problema.

Parigi, 12 dicembre 2015

C’era un clima di festa al centro congressi di Le Bourget quando è stata portata in plenaria la bozza di accordo: selfie, sorrisi, strette di mano, e anche qualche lacrima. E’ stato subito chiaro che l’intesa era stata raggiunta, come qualche ora dopo ha confermato la plenaria con applausi scroscianti e commozione visibile. Un accordo storico l’ha definito il presidente francese Hollande. E in effetti è la prima volta che sul clima si raggiunge un’intesa che coinvolge in maniera attiva 195 paesi (con 186 che si sono già impegnati a un taglio delle emissioni serra). L’accordo di Parigi lancia al mondo segnali importanti.|-> leggi il testo dell’accordo |

 

Primo. L’umanità marcia compatta pur tra differenziazioni chiare. Che non vanno intese nel senso dell’ecodiplomazia, cioè in riferimento alle responsabilità storiche nell’accumulo di gas serra in atmosfera: piuttosto differenze tra chi ha ingranato una marcia veloce per arrivare prima al traguardo della decarbonizzazione e chi rallenta perché si sente insicuro o perché punta a fare ancora cassa con i combustibili fossili.

 

Secondo. Il target fissato è avanzato: stare “ben sotto i due gradi aumenti della temperatura” e fare ogni sforzo possibile per scendere a 1,5 gradi. E’ una novità forte e densa di sviluppi potenziali.

 

Terzo. La finanza si è messa in moto. Cento miliardi di dollari annui di aiuti green ai paesi a scarsa industrializzazione sono la base da cui si parte nel 2020 per salire progressivamente. Le partnership annunciate nei giorni scorsi fanno pensare che non siano i soldi l’ostacolo.

 

Quattro. Il meccanismo della revisione degli obiettivi è ancora debole ma lascia aperta la porta al rafforzamento. Nel 2018 ci sarà un “dialogo costruttivo” tra i paesi e nel 2023 una vera e propria revisione degli obiettivi.

 

Tutto ciò non vuol dire che il problema sia stato risolto. Fra il traguardo da raggiungere e gli strumenti adottati (tutti molto vaghi) c’è una distanza abissale. Gli ottimisti ritengono che la spinta creata da questa conferenza accelererà la penetrazione della green economy risolvendo il problema. Ieri gli ottimisti erano la netta maggioranza.

 

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L’accordo di Parigi assume un’importanza strategica nell’orientare i governi verso una svolta globale energetica e climatica e sostenere, con nuovo slancio, lo sviluppo di una green economy. Riportiamo qui di seguito le parole di Edo Ronchi, Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

 

L’Accordo di Parigi segna un cambio di passo globale nel far fronte alla crisi climatica. Infatti:

  • 187 governi di altrettanti Paesi, compresi tutti i grandi emettitori di gas serra, Cina in testa, hanno dichiarato necessari rilevanti impegni di riduzione – e impegnative politiche di adattamento – e hanno dichiarato impegni nazionali di riduzione, stipulando un patto per verificare periodicamente e globalmente questi impegni;
  • hanno affermato un obbiettivo più ambizioso di quello annunciato come prevalente alla vigilia, introducendo la necessità di stare molto al di sotto dei 2°C e di fare ogni sforzo per non aumentare la temperatura media globale rispetto all’era preindustriale di più di 1,5°C;
  • l’accordo entrerà in vigore, e sarà valido per tutti i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro del 1992 (quasi tutti, Stati Uniti e Cina compresi), quando sarà sottoscritto da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra: quorum che sarà prevedibilmente raggiunto e darà ulteriore forza politica a questo accordo.

 

Il processo globale messo in moto da queste tre importanti novità avrà rilevanti impatti sugli investimenti mondali nelle fonti fossili (è prevedibile, e previsto, un calo di quelli nel petrolio e nel carbone); innescherà un assai probabile ulteriore balzo di quelli nelle rinnovabili, nel risparmio energetico, nella mobilità sostenibile e un generale maggiore impegno nell’eco-innovazione. Questo processo mondiale, come previsto (e ormai auspicato?) anche dall’OCSE e dall’IEA, porterà all’estensione di forme di carbon pricing a nuovi settori e nuovi Paesi. L’insieme di questi fattori farà crescere, con buona probabilità, la competitività della green economy, la sua forza di sviluppo e di penetrazione, con effetti potenzialmente moltiplicatori.

 

Ma come affrontare i punti deboli (gli strumenti per raggiungere gli obiettivi), o rinviati dall’Accordo di Parigi a verifiche successive (impegni nazionali di riduzione delle emissioni più consistenti e corrispondenti al target di 1,5°C)?

 

Visto che è ufficialmente riconosciuto che gli attuali impegni nazionali dichiarati dai 187 Paesi per il 2025 e il 2030, sono un passo importante, ma non sono sufficienti per stabilizzare l’aumento delle temperatura a 1,5°C – porterebbero invece ad un aumento medio della temperatura, con buona probabilità, ben oltre i 2°C – sarebbe bene non perdere la spinta positiva verso una low carbon economy alimentata dall’Accordo di Parigi, impegnandosi da subito per migliorarli e per attivare politiche e misure più efficaci da parte dei Governi, ma anche dalle amministrazioni regionali, locali e dalle imprese. Così da arrivare alla prima verifica dell’Accordo – quella prevista con la rendicontazione del 2018 – con numeri più sostenibili e in modo che alla COP di revisione – prevista un po’ troppo avanti, nel 2023 – la situazione non sia compromessa e l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura media entro 1,5°C, sia ancora possibile.

 

E anche l’Europa e l’Italia dovrebbero fare la loro parte sulla via del miglioramento dei rispettivi impegni per il nuovo target di 1,5°C. L’Europa migliorando i target al 2030 delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e l’Italia migliorando la strumentazione e le sue politiche per la mitigazione climatica.

 

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