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Stati Generali della Green Economy 2019

 

Il 5 e 6 novembre si è tenuto il consueto appuntamento con gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e con il patrocinio della Commissione Europea, e dedicati quest’anno al tema di un Green New Deal per l’Italia.

 

Grande attenzione è stata riservata alla prossima legge Finanziaria, con i vari interventi mirati a sostenere e dare forza alla proposta di un Green New Deal per l’Italia e l’Europa.

 

Come ogni anno, i lavori si sono svolti in due giornate a Rimini, in occasione di Ecomondo, con due sessioni plenarie al mattino e le sessioni di approfondimento nel pomeriggio.

 

Cosa è emerso in sintesi nella prima giornata?

 

La tradizionale apertura di Edo Ronchi, presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, con la “Relazione sullo Stato della Green Economy”, ha evidenziato fin da subito le criticità dello stato di salute dell’Italia, in particolare soffermandosi su: lo stallo delle emissioni di gas serra (stabili da cinque anni), la ripresa della crescita dei consumi energetici, il forte rallentamento delle rinnovabili, così come dell’eco-innovazione (in primis la digitalizzazione), la scarsa adozione di misure di adattamento al cambiamento climatico da parte delle città, la permanenza di un elevato consumo di suolo (circa 14 ettari al giorno) e il numero di auto per abitanti più alto d’Europa (644/1000, con una scarsa elettrificazione del parco veicoli – cfr. 10.000 in Italia contro le 68.000 tedesche). È questa la fotografia che emerge, parallelamente ad una situazione internazionale non certo migliore, tanto che la relazione si chiude stimando – con questo passo – un aumento della temperatura terrestre intorno ai 3° e riportando il recente calcolo della Banca mondiale sul numero delle persone che in futuro potrebbero essere costrette a spostarsi per sfuggire ai cambiamenti climatici: più di 143 milioni di persone!

 

Per dare una reale svolta storica con il Green New Deal, Ronchi ha sottolineato l’importanza cruciale di definire obiettivi strategici, un dibattito partecipato e un programma decennale al 2030, necessario sia per affrontare la crisi climatica sia per rilanciare la green economy e farla diventare la forza trainante del rilancio del paese.

 

Non è sufficiente quindi la Legge di Bilancio 2020, che pur contenendo alcune novità positive, non è sorretta da una visione strategica di lungo termine. Gli 8 punti del piano decennale proposti dal Consiglio Nazionale della Green Economy sono:

  1. obiettivi climatici ambiziosi, aumentando l’impegno di riduzione dei gas serra del Piano Energia e Clima dal 37% al 50%;
  2. transizione ad una energia efficiente e rinnovabile, arrivando al 65% nel 2030;
  3. transizione a un’economia circolare, con recepimento rapido ed efficace delle Direttive europee e incentivando il riciclo e il mercato dei riprodotti;
  4. tutela del capitale naturale e lo sviluppo dell’agricoltura di qualità utilizzando la nuova Pac;
  5. rigenerazione urbana secondo il modello delle green city;
  6. decarbonizzazione dei trasporti, investendo nel servizio pubblico nelle città e incrementando la sharing mobility;
  7. maggiore impegno per la formazione, la ricerca e l’innovazione;
  8. riforma fiscale, spostando il prelievo dal lavoro ai gas serra.

 

 

Terminata la relazione di Ronchi, la parola è passata al Governo; il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha fatto il punto sulla nuova strategia di Governo per la realizzazione del Green New Deal, iniziando dalla Legge di Bilancio, dal decreto Clima, dalla norma sull’end of waste e dal collegato ambientale – che sarà presentato a gennaio come norma legata alla manovra – e terminando con l’annuncio di una riorganizzazione del Ministero: è stata infatti istituita una direzione generale dedicata all’Economia circolare, che prevede due dipartimenti: il primo per la tutela dell’ambiente e al suo interno nascerà una nuova direzione sul mare, oltre a quelle già esistenti su natura, dissesto e acqua, il secondo dedicato alla transizione ecologica (crescita verde, economia circolare e sviluppo sostenibile).

 

Secondo i piani del Governo, il Green New Deal potrebbe portare nel nostro Paese 200 miliardi di nuovi investimenti e oltre 800mila posti di lavoro per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi del 2015, riducendo le emissioni di gas serra a circa 260 milioni di tonnellate entro il 2030. Come ha sottolineato il sottosegretario all’Economia, Antonio Misiani, il Green New Deal prevederebbe un programma di investimenti pubblici di 54 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, 32 dei quali assegnati alle amministrazioni territoriali, con risorse finalizzate allo sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, al risparmio e all’efficienza energetica, alla rigenerazione urbana, all’efficientamento del patrimonio edilizio e al programma imprese 4.0. Insomma una vera e propria “svolta green” intorno alla quale, tuttavia, permangono ancora alcune perplessità.

 

Fermo restando che è difficile tradurre in realtà gli annunci sugli investimenti pubblici e che pertanto si dovrà attendere il testo finale, è risultata comunque interessante sia l’entità economica degli interventi, sia il fatto che siano “spalmati” su un arco temporale lungo, superando le ottiche di breve termine con cui solitamente i provvedimenti di spesa sono adottati. Dove gli investimenti risulteranno insufficienti per trasformare il sistema produttivo del paese, sarà necessario agevolare l’intervento del settore privato: a tal proposito sono apparsi positivi interventi come il sostegno alle Pmi per investimenti, anche in capitale umano, orientati alla digitalizzazione e all’economia circolare, così come la costituzione del “Fondo per la crescita sostenibile” per offrire garanzie su operazioni di privati orientate a investimenti per innovazione e sostenibilità.

 

Al contrario hanno fatto discutere le misure che prevedono nuove tasse (sulla plastica, sulle bevande gassate, ecc.) o la riduzione di sussidi dannosi per l’ambiente; la Legge 221 del 2015 prevedeva già il graduale smantellamento di questi ultimi (circa 19 miliardi di euro all’anno) verso sussidi a favore dello sviluppo sostenibile, tuttavia forti interventi “spot” di imposizione fiscale sembrano più utili a “fare cassa” che strategici e non tengono conto della necessità che le misure siano “ragionevoli” e “bilanciate”, che assicurino una transizione in grado di rispettare i tempi necessari per riconvertire processi e assetti consolidati. Non ci rimane che aspettare il testo finale e il quadro complessivo della manovra, augurandoci che sia concepito rispettando da un lato i criteri di urgenza che la crisi climatica impone, e dall’altro una visione strategica di lungo periodo non solo sostenibile ma anche compatibile.

 

Per consultare tutti i documenti presentati: http://www.statigenerali.org/documenti/

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