La Conferenza Italia – Africa, svoltasi il 26 settembre a Milano, ha riunito rappresentanti istituzionali, imprenditori, professionisti e realtà della società civile per confrontarsi sulle relazioni tra i due continenti e sulle opportunità di collaborazione in ambiti quali artigianato, turismo, logistica, digitale e formazione.
Parlare di sviluppo dell’economia e di nuove relazioni — tra persone, organizzazioni e sistemi economici — dovrebbe portarci sempre a interrogarci sui quesiti più profondi, quelli sottesi, sui quali spesso si sorvola o ci si dimentica che sono lì, in attesa che vi si ponga attenzione. Dunque: quale senso dare ai rapporti, a ogni livello, e alle iniziative imprenditoriali? E, infine, che cosa intendiamo davvero per sviluppo sostenibile?
È su questo terreno che si è inserito l’intervento di Antonio Servadio, consigliere di PLEF, nella parte conclusiva della conferenza, a coronamento della mattinata, sapientemente moderata dalla Prof.ssa Laura Mazza, presidente di Federformazione e socia PLEF.
La sostenibilità non è un insieme di normative di legge e non è soltanto preservazione dell’ambiente naturale. Non è neppure la sommatoria di orientamenti di pensiero e di azioni economiche, sociali o ambientali considerate separatamente e perseguite in modo verticale. È una visione integrata della vita e, quindi, anche dello sviluppo: una visione nella quale economia, industria, società, cultura e ambiente fisico sono necessariamente interdipendenti.
Le conseguenze delle decisioni vanno pertanto valutate nel medio e lungo periodo, il che richiede riflessione, immaginazione e progettazione a tutto tondo. In estrema sintesi, la sostenibilità è essa stessa strategia: riguarda ciò che andiamo a consegnare al futuro — del Paese, dell’azienda, di ciascuno di noi — ed è quindi intrinsecamente connessa al concetto e alla pratica della responsabilità, individuale e collettiva, delle organizzazioni, delle imprese e delle istituzioni.
Frazionare la sostenibilità in silos normativi e concettuali significa, nei fatti, muoversi in direzioni divergenti e, dunque, non sostenibili. Si pensi alle aziende che comunicano molto bene la propria sostenibilità senza che vi sia una corrispondenza proporzionata nei fatti: greenwashing e socialwashing ne sono due esempi comuni. Che sostenibilità può sussistere quando un’industria riduce progressivamente il proprio impatto ambientale mentre si disinteressa delle condizioni dei lavoratori e dei fornitori, o addirittura li tiranneggia? Danneggiare il benessere, oggettivo e percepito, delle persone — si pensi anche alle dimensioni considerate dal BES di ISTAT — significa contraddire il senso profondo della sostenibilità. Lo stesso vale nella situazione inversa: intervenire sulle condizioni di lavoro e sul contesto sociale trascurando l’impatto ambientale.
All’inizio di questo secolo si è resa inoltre sempre più evidente la faglia che ha scollato la finanza dall’economia reale. Lo scarto progressivo tra finanziare l’impresa e finanziare la finanza — la finanziarizzazione — ha segnato un passaggio antitetico alla sostenibilità: privilegiare e massimizzare la realizzazione monetaria nel breve periodo significa contrarre la strategia entro un orizzonte temporale contraddittorio, che per sua natura non può dirsi strategico. È una dinamica ormai radicata in Occidente e difficile da modificare. L’Africa eviti di cadere in questo imbuto della prospettiva rovesciata.
Dalla visuale olistica della sostenibilità è scaturito il messaggio centrale rivolto agli interlocutori africani: guardare all’Occidente non significa rincorrerlo; anzi, rincorrerlo sarebbe controproducente.
Europa e Italia rappresentano un patrimonio straordinariamente concentrato di conoscenze ed esperienze, capacità industriali e tecnologie, non a caso connesse a una storia culturale e civile articolata e riccamente diversificata. Ma la nostra storia economica e sociale è anche intrisa di contraddizioni e distorsioni che è bene osservare, riconoscere e studiare. Anziché rincorrerci, l’Africa valorizzi le enormi ricchezze di cui dispone — naturali, ambientali e demografiche — e delle quali in Europa abbiamo soprattutto delle parvenze. Lo sviluppo dell’Africa si basi sull’analisi delle ricchezze e dei valori disponibili e non disponibili, delle positività e delle deformazioni tipiche dell’Europa e dell’Italia. Per decidere come procedere, serve scegliere: acquisire ciò che ha prodotto valore condivisibile e, dove possibile, evitare di riprodurre distorsioni ormai chiaramente riconoscibili. È un principio che vale per l’Africa, ma anche per noi italiani: la sostenibilità non appartiene a una geografia. Riguarda il modo in cui ogni società, ogni azienda e ogni individuo costruiscono il proprio futuro.
A conclusione dell’intervento, Antonio Servadio ha ricordato ai presenti che gli accordi istituzionali tra Paesi sono sì indispensabili, ma non sufficienti perché gli intenti possano tradursi in realtà. Governi e istituzioni possono e debbono creare condizioni e cornici favorevoli. Le relazioni devono poi realizzarsi sul territorio, attraverso il dialogo, il confronto e la collaborazione tra imprese, associazioni, professionisti, società civile e terzo settore. Non a caso, la conferenza rappresentava una pluralità di componenti: non soltanto istituzioni e non soltanto imprenditori. Nel trattare questo tema, l’intervento si è riallacciato alla nozione di sostenibilità discussa in precedenza, intesa anche come strategia partecipativa. Trasferire conoscenze e costruire relazioni durature, efficaci e non effimere è un processo laborioso, tanto più quando si desidera creare connessioni tra Paesi, culture e sistemi economici differenti. L’intervento si è concluso proprio con l’invito a camminare sul territorio, avvalendosi anche del terzo settore.
Il nocciolo dell’intervento, il “take home message”, è riassunto dalla frase apparsa nell’ultima immagine proiettata sullo schermo della sala: «L’Africa può imparare dall’Europa non soltanto ciò che abbiamo saputo costruire, ma anche ciò che non siamo riusciti a preservare.»
L’intervento di PLEF ha suscitato un evidente apprezzamento tra i partecipanti, contribuendo a un confronto che è proseguito anche oltre la sessione formale, durante il business lunch e nei successivi momenti spontanei di networking.
La Conferenza Italia – Africa ha mostrato proprio il valore di queste occasioni: mettere attorno allo stesso tavolo esperienze e prospettive diverse. Perché costruire nuove opportunità è importante; interrogarsi assieme su quali futuri sviluppi e impatti possano generare lo è altrettanto.

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